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I luoghi dell'Anima: Pedara - Catania (Expobit) - Adrano

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Sabato 24 e domenica 25 Novembre 2012

 

PEDARA - CATANIA (EXPOBIT) - ADRANO

 

 

 

 

ITINERARIO

Basilica di S. Caterina, Santuario di Maria SS. Annunziata, piazza Don Diego, passeggiata nel corso Ara di Giove (Pedara)

Salone Internazionale dell'Innovazione Tecnologica presso il Centro Fieristico "Le Ciminiere" (Catania)

Castello Normanno, Museo Archeologico Etneo, Teatro Bellini, Chiesa e Monastero di Santa Lucia (Adrano)

 

 

Appuntamento: Sabato 24 novembre, ore 7.45 - Piazzale Giotto (capolinea autobus)

Partenza: ore 8.00 (pullman GT LABISI)

Colazione: cornetti, the, caffè, succhi di frutta, acqua

Hotel: Villa del Bosco**** (Catania)

 

Pedara

Non esistono precise indicazioni etimologiche, le ipotesi più probabili ci conducono prima al nome di Epidauros, città greca del Peloponneso da cui, secoli fa, partì una colonia per la Sicilia; e poi al latino Apud Aram o Ad pedes arae, ossia “ai piedi dell’ara”, con riferimenti a fatti mitologici relativi ai resti di una costruzione (un altare) esistente sull’Etna e consacrata a Giove Etneo che, per anni, fu simbolo del Comune. Ecco perché la strada principale del paese è denominata “Corso Ara di Giove”.

Adagiata sulle colline meridionali dell’Etna, Pedara offre la bellezza dei suoi paesaggi e la salubrità del suo clima. La trasformazione sociale e demografica del territorio si è rivelata, nei secoli, intorno ali monti Difeso e Troina, testimoni della continua evoluzione di questo centro. Non si possiedono notizie certe sulle sue origini perché le numerose colate laviche ne hanno quasi cancellato le tracce. Si sa, però, che anticamente l’abitato era situato più a nord dell’attuale e il ritrovamento casuale di alcuni reperti testimonierebbe l’origine greca del luogo. Sotto i Normanni, Pedara faceva parte delle vigne di Catania e il primitivo insediamento rurale cominciava a formare un villaggio di agricoltori a settentrione dell’odierno paese. Tutto questo accadeva ancor prima che nel 1388 il vescovo della diocesi, Simone del Pozzo, autorizzasse la costruzione della prima chiesa parrocchiale. Durante il ’400, tuttavia, a seguito di due violente eruzioni, gli abitanti iniziarono una migrazione verso sud e nell’attuale sito diedero vita alla nuova Pedara. Nel 1641 il casale fu venduto al messinese Domenico Di Giovanni e, diventando baronia, fu un rilevante centro di attività economica e sociale e, di conseguenza, il più ricco e organizzato dell’Etna. Risollevatasi con enormi sacrifici dalla terrificante eruzione del 1669, qualche anno più tardi la popolazione fu di nuovo colpita duramente. L’11 gennaio 1693, il più violento terremoto che la storia locale ricordi, in pochi secondi distrusse anche Pedara. Ed ecco allora comparire un grande personaggio, l’uomo di fiducia dei Di Giovanni: don Diego Pappalardo, sacerdote e cavaliere dell’Ordine Gerosolimitano di Malta. Spirito geniale e organizzativo e dalla vitalità travolgente come pochissimi in quel tempo, don Diego ricostruì in meno di vent’anni, e per ben due volte, la Chiesa Madre di Santa Caterina – oggi Basilica pontificia – e incoraggiò gli abitanti per la riedificazione del paese. Carestie e miseria segnarono l’ultima parte del ’700 che vide l’affermarsi della borghesia terriera. L’abolizione della giurisdizione feudale siciliana del 1812 e la successiva riforma amministrativa borbonica significarono per Pedara l’inizio di una nuova trasformazione. Nel 1817, grazie al decreto emanato a Napoli da Ferdinando IV, il paese divenne “comune autonomo” e la nuova realtà politica permise alla comunità di emergere dall’oblio in cui si era trovata a seguito del terremoto. L’800 e il ’900 furono caratterizzati soprattutto da un notevole sviluppo urbano ed edilizio che, nel tempo, determinò la perdita di ampie aree agricole e boschive e la conseguente creazione di nuove zone abitate.

Basilica di Santa Caterina

Oltre a essere il monumento più importante di Pedara, per il suo particolare contenuto artistico è una delle chiese più visitate e studiate della provincia. Il complesso architettonico è considerato uno splendido esempio di “chiesa nera” dell’Etna in cui il sapiente e coraggioso utilizzo della pietra lavica e degli intonaci trova qui una delle sue massime espressioni. La prima costruzione fu completata nel 1547 ed era in stile romanico. Oltre un secolo dopo, la struttura si dimostrò insufficiente a contenere i fedeli tanto che nel 1682 la fabbrica fu demolita per un’altra più spaziosa e attrezzata; ma l’11 gennaio 1693 il terremoto piegò anche Pedara e della chiesa appena ricostruita rimase ben poco. La grandiosa opera di ricostruzione richiese oltre 10 anni di lavoro e fu compiuta dal sacerdote pedarese don Diego Pappalardo solo nel 1705. All’interno si possono ammirare gli affreschi di Giovanni Lo Coco, una tela di Mattia Preti che raffigura Il Martirio di Santa Caterina, il monumento funebre allo stesso don Diego, numerose tele, i marmi policromi dell’altare maggiore, alcune sculture del ’700, i preziosi ricami e gli arredi sacri. Il portale interno del 1547 è il monumento più antico di Pedara. Costruito in pietra lavica e bianca, l’arco è in stile romanico e sostiene una porta di tavole di castagno dalla quale emergono 122 grossi chiodi che, secondo la tradizione, rappresentano il numero delle famiglie che contribuirono alla sua realizzazione. All’esterno, invece, spiccano la torre campanaria con elementi di epoche diverse e cuspide in maioliche policrome, le sculture in pietra dei portali e delle finestre e un raro esemplare di meridiana.

Il Santuario di Maria SS. Annunziata

Il corpo principale della Chiesa risale alla fine del ’500 quando Ludovico Pappalardo, nonno di Don Diego, in un terreno di sua proprietà diede inizio ai lavori di costruzione perché quella del 1388 era diventata piccola e cadente. L’edificio fu seriamente danneggiato, come tutti gli altri del paese, dal terremoto del 1693, e i lavori di riparazione e consolidamento furono ultimati due anni più tardi da Don Diego. Tra la fine dell’800 e i primi del ’900 la chiesa fu ampliata con l’aggiunta delle due navate laterali, e nel 1971 l’arcivescovo di Catania, monsignor Guido Bentivoglio, la elevò alla dignità di Santuario Mariano Diocesano. È il centro della devozione popolare locale perché custodisce il simulacro dell’Annunziata e i resti mortali della Serva di Dio Giuseppina Faro, giovane pedarese morta nel 1871 per la quale oggi è in corso la causa di beatificazione.

Visita della piazza Don Diego e passeggiata nel corso Ara di Giove per ammirare le case padronali appartenenti a quelle famiglie che, un tempo, componevano la classe più ricca.

Pranzo: Rosso Etna Restaurant (Pedara)

EXPOBIT - Salone Internazionale dell’Innovazione Tecnologica - Centro Fieristico “Le Ciminiere” (Catania)

Il meglio dell’innovazione tecnologica applicata ai temi dell’Amministrazione Digitale, Cinema Digitale, Digital Print, Energy, Expo Medicina e alle principali tendenze e orientamenti del mercato.

Hotel: Cena e pernottamento presso Hotel Villa del Bosco**** (Catania)

Domenica 25 novembre

 

Adrano

Adrano si estende alle pendici sud-occidentali dell’Etna, in una zona collinare che affianca la Piana di Catania a est e il fiume Simeto a ovest. La città è situata a un’altezza di 560 metri sul livello del mare, ha una superficie di 8.251 ettari e dista 35 km dal comune di Catania.

L’attuale toponimo risale al 1929 e riprende quello della città di Adranon fondata da Dionigi il Vecchio di Siracusa nel 400 a.C. e dedicata ad Adranos, dio siculo della guerra.

I Romani tradussero il nome in Hadranum, gli Arabi ribattezzarono la città “Adarna”, i Normanni la chiamarono “Adernio”, e gli Angioini “Adernò”.

Secondo uno studioso del XIX secolo, Giovanni Sangiorgio Mazza, il tiranno siracusano avrebbe tuttavia fondato Adranon su un più antico centro siculo, identificabile con l’antica Inessa, in seguito denominata Aitna, alla quale apparterrebbe il tempio del dio Adrano. Inessa potrebbe essere il nome con cui i siculi chiamavano l’Etna.

Le radici di Adrano affondano nel Neolitico, anche se le maggiori testimonianze si possono associare ai Siculi che provenienti dalla costa jonica verso il X secolo a.C. s’insediarono nel territorio Etneo e fondarono la città del Mendolito; di questa città ormai sepolta sopravvive oggi nel territorio di Adrano la cinta muraria, le porte e le tracce di abitazioni, una necropoli dalle caratteristiche sepolture a cupoletta (forse d’ispirazione micenea) e numerose iscrizioni sicule.

Resti di insediamenti siculi fioriti tra il X e il V secolo a.C. sono presenti a ovest del paese e presso il fiume Simeto, nell’antica Mendolito, città di fondazione sicula oggi in parte sepolta.

Nel 400 a.C. fu fondata da Dionigi il Vecchio di Siracusa la città greca di Adranon, per accrescere il controllo siracusano nella zona. Adranon, infatti, rappresentava un importante punto strategico, poiché garantiva il controllo del Simeto e della città di Centuripe, possedimento siculo che si ergeva su un’altura presso la sponda opposta del Simeto. Nel 344 a.C., Timoleonte di Corinto dirigendosi verso Siracusa, nei pressi di Adranon sbaragliò le truppe di Iceta, tiranno di Leontinoi. Timoleonte vincitore, secondo la leggenda, fu accolto con clamore dalla città di Adranon, di cui divenne signore.

A sud di via Catania è stata localizzata la polis greca fondata da Dionigi il Vecchio nel 400 a.C. Imponenti sono i resti del muro di cinta, della cittadella, che parte da via Catania, contrada Buglio e arriva all’enorme baratro, chiamato “Rocca” dagli abitanti di Adrano. L’Impero Romano conquista Adrano nel 263 a.C., a opera del console Valerio che entrò in città con 8.000 fanti e 600 cavalieri e la espugnò. Durante le invasioni barbariche la città fu saccheggiata ripetutamente, e queste razzie continuarono durante il dominio bizantino.

L’occupazione saracena dell’Emiro Musa nel 950, mise fine al dominio bizantino a causa dei saccheggi. I Saraceni cambiarono il nome della città da Adranon in Adarnu o Adarna, edificarono la fortezza “Salem”, fondarono molti casali, tra i quali quello di Bulichiel, tra stupendi giardini, terre seminate e vigne.

Durante il dominio normanno, Adrano continuò lo sviluppo iniziato con i Saraceni. La comunità adranita comprendeva abitanti di origine greca, saracena e normanna, ed era costituita da ottimi agricoltori e artigiani, specie nell’arte della seta e della concia delle pelli.

Il dominio svevo portò lotte di potere e intolleranze ad Adrano come in tutta la Sicilia. Deprecabile la persecuzione dei Saraceni che furono costretti a fortificarsi sotto la guida di Mirabetto. Durante il dominio svevo, la città e il suo castello divennero il covo dei conti de Luci che depredarono con violenza i beni della chiesa, finché nel 1209 non furono sconfitti e banditi da Federico II.

Seguirono le lotte tra Angioini e Svevi, Adrano in un primo momento passò sotto il governo di Carlo I d’Angiò, poi di Corradino fino al 1258, quando il Papa Alessandro IV scomunicò Corradino che fu decapitato a Napoli. Da quel momento Adrano passò alla famiglia Maletta. Il numero degli abitanti passò da 1.000 a circa 300.

Pietro III di Aragona fu accolto come un liberatore, ma anch’egli continuò a opprimere la popolazione, nascondendosi dietro l’alibi di dover cacciare gli Angioini. Adrano divenne feudo del cavaliere catalano Garzia De Linguida, e nel 1286 passò a Luca Pellegrino, un funzionario del Re Giacomo.

Mentre Sclafani soggiornava a Palermo, Adrano fu prima occupata da Roberto d’Angiò e, in seguito, dai latini capitanati da Ruggero Tedesco. Matteo Sclafani morì nel 1354, alla sua morte si scatenò la lotta per la successione che durò più di quarant'anni, la contea di Adrano passò, dunque, a Giovanni Raimondo, nipote di Antonio Moncada.

Dal 1412 al 1515, regnarono ad Adrano i Moncada, sotto i Viceré Aragonesi. Giovan Tommaso Moncada Conte di Adrano, restaurò il Castello di Adrano facendolo circondare da un bastione, costruì la chiesa di San Sebastiano. I Ventimiglia costruirono palazzi nel centro di Adrano, uno dei quali diverrà nel XVI secolo sede del Devoto Monte di Pietà e nel XIX sede del Municipio. In questo periodo si costituì il nucleo amministrativo di Adernò, composto da funzionari di ceto nobile. Adrano adesso contava 6.000 abitanti.

Dopo il breve regno Piemontese e il successivo dominio austriaco che piegò la popolazione a causa dell’eccessiva tassazione, verso la seconda metà del ’700, con l’avvento dei Borboni, la situazione economica migliorò, la popolazione cominciò a crescere: nel 1874 Adrano contava 6.623 abitanti. Nel 1820, a seguito della rivolta di Palermo, si succedettero tumulti ad Adrano, Biancavilla e Bronte, furono costituiti comitati per sostenere il colonnello Pietro Bazan, ma il comitato di Adrano fu scovato, così la città fu mira dell’esercito punitivo dei Borboni.

Il movimento antiborbonico fu in un primo momento sedato, ma riprese durante la cosiddetta “Primavera dei popoli” nel 1848. Rivoluzionari adraniti guidati da Pietro Cottone accorsero in sostegno alla città di Catania che si piegava ai cannoni dell’esercito Borbonico che, infine, occupò Catania, Biancavilla, Paternò e Adrano. La Spedizione dei Mille di Garibaldi infiammò, nuovamente, speranze di libertà fra i patrioti, mentre per le classi meno abbienti poco cambiò, infatti, i moti contadini che chiedevano la spartizione delle terre, furono sedati dai garibaldini prima e dall’esercito di Vittorio Emanuele dopo.

Dal 1862 al 1867 ci furono dei lavori per il miglioramento della città: il primo impianto di illuminazione pubblica, quotazione delle terre comunali, inaugurazione del primo liceo, lavori per il lastricamento della via Garibaldi, inaugurazione dell’ospedale e la creazione di una centrale telegrafica ed elettrica. Adernò era tra i più ricchi centri commerciali della provincia, ma le condizioni dei ceti poveri non erano migliorate e questi furono colpiti dal vaiolo nero e dal colera, che furono la causa di tumulti e ribellioni giustificati dalla fame, tumulti che sfociarono nel brigantaggio.

Durante i primi del ’900 si diffusero pensieri di stampo socialista e di riformismo cattolico. Negli anni 20 il prete riformista Don Vincenzo Bascetta e il professor Carmelo Salanitro (antifascista morto nel ’45 nel Campo di concentramento di Mauthausen-Gusen), si mobilitarono per la trasformazione dei feudi coperti dalla lava in agrumeti e oliveti, per favorire così i piccoli contadini e i manovali.

Ad Adrano è presente la Centrale Solare Eurelios, la prima grande centrale solare al mondo a concentrazione a torre (tipo Fresnel) e campo specchi (una superficie di specchi di 7.800 m2 e capace di generare 1.000 chilowatt di potenza), finanziata dalla Comunità Europea nell’ambito di un progetto di ricerca dell’Unione Europea e realizzata dall’ENEL che la inaugurò nel 1981. Fu scelto il territorio adranita perché, da una ricerca europea, risultò il più assolato d’Europa. Tuttavia, la centrale fu chiusa nel 1987.

La centrale idroelettrica situata in contrada Contrasto è entrata in servizio nel 1966. Si tratta di un impianto idroelettrico a serbatoio (lago artificiale) che utilizza acque provenienti dai serbatoi di Ancipa e Pozzillo, scaricate dagli impianti di Regalbuto e Grottafumata. L’impianto, costruito in caverna, ha una potenza efficiente pari a 35 MW. La centrale di Contrasto è in grado di fornire l’energia necessaria al consumo domestico di circa 27.000 famiglie, evitando emissioni di CO2 da produzione termoelettrica per 32.000 tonnellate all’anno.

La struttura economica del paese è prevalentemente artigianale, agricola e pasticciera.

Tra le principali produzioni agricole vi sono l’arancia, l’uva, il pistacchio e il fico d’India (che cresce spontaneamente lungo tutto il territorio). Adrano deve la notorietà alla sua posizione geografica: essendo comune del Parco dell’Etna, il territorio adranita arriva fino al cratere del vulcano.

Adrano è uno dei maggiori centri produttori dell’Arancia rossa di Sicilia. Numeroso è l’impiego dell’arancia nella cucina adranita: insalate, cassate, crostate e risotti.

Il comune di Adrano, come altri dell’Etna tra cui Ragalna, Biancavilla, Belpasso e, soprattutto, Bronte, è grande produttore di pistacchio.

Tra le specialità più rinomate della cittadina troviamo: la cassata di ricotta o crema, i cannoli, la pasta di mandorla o di pistacchio, la frutta martorana, i bignè ripieni di crema, il gelato artigianale, la tradizionale granita di mandorle, i torroncini siciliani ripieni di mandorle e/o pistacchio.

Il comune etneo è stato inserito dalla Regione Siciliana fra le località a vocazione turistica.

Importanti sono le festività e gli eventi legati alla tradizione religiosa e popolare: le processioni e gli spettacoli del periodo pasquale: (la processione u cristozzu durante il Venerdì Santo e il dramma teatrale diviso in tre atti “Diavolata”, “Angelicata” e “A Paci” della domenica di Pasqua) e quelle dedicate al copatrono san Nicolò Politi (Volata dell’Angelo, 3 agosto).

 

Il Castello Normanno

Il cosiddetto Castello Normanno di Adrano, uno dei simboli della città etnea, è una torre eretta sotto il conte Ruggero I di Sicilia nel XI secolo.

Il castello a cui apparteneva, insieme a quelli vicini e simili di Paternò e Motta, rientrerebbe in un sistema difensivo di età normanna volto a controllare la valle del Simeto, il pieno controllo di Catania e dei passi che portavano a Troina, Regalbuto e Randazzo. In quest’ottica può essere messo in relazione con il Ponte dei Saraceni.

Il possente dongione fu costruito per volere di Ruggero I di Sicilia intorno al 1072, molto probabilmente sui ruderi di una torre saracena; ciò è possibile dedurlo dall’architettura delle due grandi porte del piano terra. Dopo il dominio normanno, il Castello divenne nei secoli proprietà di famose e illustri dinastie siciliane, tra le quali i Moncada, i Peralta, gli Sclafani, dal 1754 i Conti Alvarez di Toledo fino al 1797.

Dal 1959 il Castello è sede del Museo Archeologico Etneo, all’interno si trovano anche la Galleria d’arte Contemporanea, la Pinacoteca, il Museo dell’Artigianato e l’Archivio Storico.

La torre ha una pianta rettangolare che misura 20 m per 16,70 m e un’altezza che raggiunge i 34 metri e la struttura di innalza su quattro piani. Il piano terra presenta due ambienti, ciascuno dei quali è definito da tre campate; un muro longitudinale divide i due spazi e all’interno del muro vi è una scala che permette di accedere al primo piano, sul quale si estendono due grandi saloni e un arco ogivale che apre la scala per l’accesso al secondo piano.

Un muro divide in due parti il secondo piano; il vano meridionale intorno al 1500 venne suddiviso in due parti e venne così creata una cappella di pianta rettangolare, con abside e doppia volta a crociera a costoloni inserita nello spessore del muro.

Su per le scale si accede al terzo piano, anch’esso diviso in due zone.

 

Il Museo Archeologico Etneo

I ritrovamenti archeologici occupano quasi completamente i quattro piani del Castello Normanno di Adrano, ritrovamenti attraverso i quali è possibile seguire la storia di Adrano e del territorio etneo dal Neolitico fino al periodo saraceno-normanno.

All’ingresso del Museo sono posti due leoni di pietra lavica che riportano lo stemma del Casato Sclafani-Moncada, le dinastie che governarono Adrano nel Medioevo.

I due saloni del piano terra sono dedicati all’esposizione di reperti preistorici, vi sono esposti vasi e strumenti di pietra e di osso dell’età neolitica e della prima età dei metalli e le urne vascolari dell’età del bronzo antico, ritrovate all’interno delle grotte di scorrimento lavico del Parco dell’Etna (tra Adrano e Biancavilla).

Nel salone del primo piano, prosegue l’esposizione dei materiali preistorici, oggetti che vanno dall’età del bronzo antico, al medio e a quello finale, ritrovati nel territorio di Adrano.

Il secondo piano del Castello è dedicato ai reperti di età storica.

Nella prima sala sono esposti i reperti provenienti dall’antica città del Mendolito. Imponenti le colonne di pietra lavica con capitelli ionici e l’elmo calcidese proveniente dalla necropoli meridionale della città. Da segnalare, inoltre, la “divinità sicula” del ponte Primosole della prima metà del V secolo a.C.

Nel secondo salone sono esposte le collezioni provenienti dal centro di Adranon, l’antica città fondata da Diodoro Siculo intorno al 400 a.C. sui cui resti è sorta la moderna città di Adrano: vasi vascolari, statuette di terracotta rappresentanti divinità, utensili di uso quotidiano. Un posto particolare è concesso al bellissimo busto di divinità femminile di terracotta, riconducibile al V secolo a.C.

Sempre al primo piano si ammira la Cappella del Castello, all’interno della quale sono ospitate le collezioni numismatiche, custodite in otto monetieri, teste marmoree, tra cui spicca un ritratto virile dell’età imperiale e altri oggetti databili dal periodo romano fino all’età tardo medievale.

 

Teatro Bellini

Nella prima metà del ’700, Adernò per privilegio del Viceré Alcalà, era diventata una popolosa e fertile cittadina, le maggiori famiglie nobili decisero di innalzare sulle rovine della Chiesa di San Vito, un teatro. Nel 1779 il Viceré faceva obbligo di costruire il teatro di Adernò con gli introiti ricavati dalla tassazione sulla vendita del pane e degli ortaggi. Il teatro rimase attivo fino al 1829 (la data dell’ultima rappresentazione teatrale documentata). In seguito il teatro si trovò in disuso a causa della struttura diroccata. Don Pietro Sidoti, eletto sindaco, decise di ricostruire il teatro, affidando l’incarico all’architetto Vincenzo Costa. Il teatro, quindi, fu inaugurato durante la stagione estiva nel 1846. La forma del Teatro era ellittica, la bocca del palco larga 36 palmi, il palco lungo 56 e largo 64 (oltre lo spazio addetto al servigio degli attori), aveva 44 logge partite in tre ordini, la platea lunga 52 palmi e larga 46. Le scene e la fattura furono affidate a Giuseppe Distefano e il sipario di Giuseppe Rapisarda, artisti catanesi, Distefano inoltre arricchì di fregio e arabeschi l’arco del palco e gli scompartimenti delle logge. Il telone del Rapisarda, rappresentava la scena di Timoleonte, che con i suoi guerrieri si reca nel Tempio di Adrano a ringraziare il Dio per la vittoria riportata contro Icete.

Nel 1882 il teatro viene ancora una volta restaurato, ma rimasta incompleta la facciata, ai primi del ’900 il sindaco Battiati affidò il restauro e il completamento all’ingegnere palermitano Gaspare Silvestri Amari. Il gruppo scultoreo che primeggia sopra il terminale venne realizzato dal maestro catanese Mario Moschetti, (figlio dell’illustre Giulio, autore delle sculture al Massimo Vincenzo Bellini di Catania. Tra il 1914 e il 1928 il teatro subì ancora restauri, l’ultimo dei quali affidato all’ingegnere Antonio Pastanella, che ne completò l’opera del 1933. Orrendamente mutilato durante il secondo conflitto mondiale del 1943, il teatro, risistemato alla buona, riprese a funzionare ma privo di manutenzione iniziò un processo di degrado e deturpamento. Durante il boom del cinema italiano, il Teatro è stato utilizzato come sala di proiezione cinematografica. Chiuso per oltre 20 anni, ha ritrovato finalmente il suo antico splendore il 13 dicembre del 2004.

Il Teatro Bellini di Adrano compare nella pellicola Divorzio all’Italiana di Pietro Germi: nel film, Marcello Mastroianni si reca al teatro per assistere alla proiezione del film La Dolce Vita.

 

Chiesa e Monastero di Santa Lucia

La chiesa e monastero di Santa Lucia è un importante complesso architettonico della città di Adrano. La Chiesa e l’annesso Monastero dedicati a Santa Lucia furono eretti nel 1596.

La chiesa fu ricostruita alla fine del XVIII secolo, la facciata si presenta su tre ordini e ai lati si ergono due campanili alle cui estremità sono poste rispettivamente due cupole quadrangolari. All’interno, non appena varcata la soglia si può ammirare il coro in stile rococò, e proseguendo verso il primo altare, il dipinto che raffigura Santa Lucia condotta al martirio attribuito a Giuseppe Rapisardi.

Notevoli anche i dipinti dell’abside, le decorazioni della volta e le tele presenti sul primo altare a sinistra e sul secondo altare a destra attribuite alla scuola di Olivo Scozzi.

Il monastero è oggi sede di una scuola elementare e di una scuola media. Annesso a quest’ultima troviamo il liceo scientifico Giovanni Verga

 

Pranzo: Agriturismo Le Cisterne (Adrano)

 

Rientro a Palermo previsto per le ore 20.00 circa.

 

 

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